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E
l’anguilla fatta alla maniera degli abitanti di Giovi, il
centro abitato dove l’Arno « torce il muso agli aretini».
Arezzo, stretta tra una chiostra di montagne e la Chiana
impaludata, ha sempre avuto, almeno fino all’intervento
di Fossombroni, una certa dimestichezza con il pesce. I
toponimi, Peseaia, Pescaiola, Piscinale lo confermano e
forse lo conferma anche una certa propensione moderna a
rifiutare il pesce quasi come reazione ad una imposizione
secolare. Chi ancora lo mangia però lo vuole
trattato da gran signore non dimenticandosi che il pesce
aretino non è mai stato dei più fini: lasche,
barbi, anguille. Il gusto e l’inventiva delle massaie ne
ha così creato dei piatti gustosi che riescono a
far dimenticare la qualità inferiore dell’ingrediente
di base.
Anguilla
un pizzico di farina olio, salvia, aglio
pomodoro
sedano, carota, cipolla, prezzemolo.
Prendete l’anguilla e, se è grossa, sbucciatela
in questo modo:
intorno alla testa fate un piccolo taglio circolare con
un coltellino a punta molto tagliente; lungo tutta
l’anguilla fate un’altro taglio leggero che arrivi alla
carne senza intaccarla. Sollevate con le dita la pelle dopo
averla staccata per qualche centimetro e, rivolta all’indietro,
prendetela con un panno solidamente e tiratela via
come un guanto. Se è piccola non è necessario
sbucciarla.
Infarinate l’anguilla leggermente, salatela e friggetela
in olio dove ha soffritto aglio e salvia. Quando è
cotta buttatela in un sugo abbondante di pomodoro e fate
insaporire il tutto per qualche minuto.
Il sugo si prepara come qualsiasi sugo di pomodoro e cioè:
rosolate un battuto di cipolla, sedano, carota e prezzemolo,
aggiungete il pomodoro, pepe e sale e lasciatelo ritirare
a fuoco medio.
(Casa Salvadori)
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