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Fanno
parte della cosidetta « cucina di recupero »
e cioè della abilità delle massaie di una
volta di creare piatti anche con quelle parti della bestia
che normalmente sarebbero state scartate. La milza in particolare
non viene usata neanche negli antichi ricettari medioevali.
Nel « Trattato dei cibi e del bere » del signor
Baldassare Pisanelli, medico bolognese della seconda metà
del 500, si legge questa curiosa « Annotatione »:
" La milza è di tarda digestione e non trovo
gran bontà in tal cibo.. . I toscani e gli aretini
con questo antipasto lo smentiscono in pieno. Toscani e
aretini perché il piatto è diffuso anche nell’area
fiorentina e senese. Le massaie aretine gli hanno dato però
il loro tocco particolare zuppando il pane nel brodo, accortezza
che rende il crostino più vellutato al palato."
Milza gr. 300
4 filetti d’acciuga
3 cucchiai di olio
un cucchiaio di capperi
1/2 cipolla non troppo grossa
1 dito di vino bianco in un bicchiere
sale, pepe e pane casalingo non salato
una scodella di brodo.
Spellate la milza con la costa del coltello. Tritate la
cipolla molto fine e fatela imbiondire nell’olio. Togliete
la cipolla e buttate nell’olio caldo la milza. Appena avrà
perso il suo colore buttate il vino bianco secco e
finite di cuocere. Aggiungete, fuori dal fuoco, acciughe
e capperi battuti molto fini fino a ridurre tutto in poltiglia.
Rimescolate rapidamente e spalmate il composto su delle
fettine di pane alte un dito passate prima velocemente
nel brodo tiepido.
FIASCHETTERIA IN CORSO VITTORIO EMANUELE
(attuale sede della Banca Popolare dell’Etruria) - 1895
(proprietà sig. Bruno Frangipani)
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